Il Messico e i messicani

Il Messico e i messicani.

Sintesi e traduzione di un articolo, a firma Sergio Sarmiento*, apparso sulla pubblicazione “Traveler’s Guide to Mexico” a cura della Segreteria Messicana per il Turismo (SeTur).

* S.S., oltre ad essere editorialista per i quotidiani REFORMA e EL NORTE, é il vice-presidente dei servizi informativi di TV Azteca (una delle due reti private messicane).

Testo :

“Tempo fa un servizio sul Messico del settimanale “The Economist” recava in copertina un ballerino dai capelli sciolti, in costume rosso acceso, in una posa appassionata. In tutto questo qualcosa non quadrava: il costume e la posa erano spagnoli e non messicani. Non era certo la prima volta che figure e simboli spagnoli venivano erroneamente usati per rappresentare i messicani. Per un’intera generazione Hollywood ha utilizzato scene e costumi spagnoli ogni qualvolta si doveva ricreare un’ambientazione messicana. Alle Olimpiadi di Seul (1988) é stata suonata della musica spagnola per accompagnare la sfilata della delegazione olimpica messicana. Un errore in senso opposto é quello di confondere i messicani con gli indiani del Nord America o con quelli del Sud America, con tanto di piume in testa o con il poncho e la bombetta degli indios della regione andina. Tutte queste immagini fanno impallidire e spesso indisporre i messicani, offesi da ció che percepiscono come una plateale ignoranza nei loro confronti.

Questa reazione é in parte il sintomo di un’intrinseca insicurezza psicologica. Noi messicani siamo ancora alla ricerca di una nostra identitá. Secondo Octavio Paz (premio Nobel messicano della letteratura, nel 1990), il messicano non vuole essere né indiano né spagnolo; non vuole discendere da nessuno dei due, rifiutandoli entrambi. E il rifiuto del passato é la conseguenza di una storia unica e traumatica. I messicani di oggi sono, in gran parte, il risultato di uno dei piú complessi esperimenti nell’incrocio tra due razze che la Storia abbia mai prodotto. Per definirlo, il grande poeta messicano José Vasconcelos aveva usato il termine “razza di bronzo”. E la questione della razza, per i messicani, di fatto é un tabú. Le indagini demografiche piú recenti non fanno cenno a questo tema e le ricerche accademiche piú affidabili, ancora una decina d’anni fa, indicavano che il 55% del totale della popolazione rientrava nel gruppo definito “mestizo”, cioé avente antenati sia indios che europei. Secondo altri calcoli gli indios propriamente detti rappresenterebbero il 28% della popolazione [mentre secondo altre stime, soltanto il 14% degli indiso continuerebbe a vivere nei territori originariamente indigeni, facendo uso delle rispettive lingue locali]. I messicani d origine europea sono all’incirca il 15% della popolazione, ma alcuni studiosi sostengono che in base a classificazioni piú accurate, una buona parte dei bianchi e degli indios dovrebbero rientrare nella categoria dei “mestizos”, che ascenderebbe cosí al 75-78% della opolazione totale. I messicani di discendenza africana e di altri gruppi (asiatici) non superano l’1% del totale.

Vi sono altri paesi dell’America latina che sono di ceppo maggioritario europeo (Argnetina, Uruguay) oppure di ceppo prevalentemente autoctono, o indio (Perú, Bolivia, Paraguay). Il Brasile – l’unico paese latino-americano piú popoloso del Messico – ha una percentuale di “mestizos” che non supera il 12%, mentre la maggior parte dei brasiliani é di origine europea o afro-mulatta.

É importante notare che l’esperimento razziale messicano non é stato comunque volontario. La fusione dell’elemento ispanico con quello indigeno é stato il prodotto della forza bruta e della dominazione del primo sul secondo.

I tre secoli di dominio coloniale spagnolo sul Messico (1521-1821) sono stati spesso descritti come un esempio prolungato e diffuso di “stupro di massa”, al punto che la discendenza messicana da antenati spagnoli e indios risale, piú precisamente ai conquistadores spagnoli e alle donne “indias” sottomesse ai primi.

I coloni inglesi e francesi nel Nord America cercavano di stabilirsi nei Nuovi Territori in forma permanente. Molti di loro fuggivano dalle persecuzioni religiose in patria e non avevano desiderio di tornare in Europa. Essi sbarcavano in America con mogli e figli, si dedicavano all’agricoltura e conducevano una vita semplice.

Gli spagnoli, invece, giungevano in Messico con l’intenzione di accumulare rapidamente una fortuna, per poi far ritorno in Spagna. Erano in prevalenza scapoli, o giovani maritati, ma senza mogli al seguito; le mogli e le fidanzate dovevano venire in Messico molto piú tardi, e non in tutti i casi.

Completata la fase della conquista e del saccheggio. I giovani spagnoli si misero a cercare nuove fonti di ricchezza, trovandole nello sfruttamento dei metalli preziosi: l’oro, ma soprattutto l’argento. La solitudiene delle loro esistenze doveva essere colmata dalla compagnia, in molti casi forzata, delle donne locali.

I maggiori pensatori messicani, tra cui il filosofo Samuel Ramos e lo scrittore Octavio Paz, hanno fatto risalire i tratti psicologici del messicano contemporaneo all’insicurezza derivante dal trauma dell’originario “stupro di massa”. Da ció deriverebbe il disagio dei messicani nei confronti delle due ereditá e dei due retaggi etnici e culturali.

Stando a siffatta interpretazione in chiave psicologica, i messicani “odiano” il loro padre spagnolo, simbolo dell’arroganza e della crudeltá, mentre il loro eccessivo amore per la madre viene temperato da una sorta di moto di disprezzo.

A cinque secoli di distanza dalla Conquista, le cerimonie messicane per l’Indipendenza (15-16 settembre) continuano a mettere in cattiva luce tutto ció che é spagnolo; d’altra parte, ogni volta che gli stessi messicani si riferiscono a qualcuno come “indio” sembrano dare a questa definizione un significato di diminuzione, al limite dell’insulto.

I messicani hanno la memoria lunga: di fatto, mentre gli Stati Uniti sono spesso descritti come un paese giovane che guarda all’avvenire, il Messico colpisce i suoi visitatori per essere una nazione antica e attaccata al suo passato. É sufficiente esaltare le piramidi (azteche e maya) e l’architettura barocca di Cittá del Messico e di Zacatecas, per osservare un’espressione d’orgoglio nei messicani vicini a voi.

Se invece provate a criticare la retorica anti-straniero, in generale, e anti-americana, in particolare, sarete senz’altro i destinatari di una lezione sul significato della guerra Messico-U.S.A. del 1847-48 e su quello dell’intervento francese (1861-67). Se parlate delle bellezze del texas, del Nuovo Messico e di quanto é unica la California, il vostro interlocutore messicano vi ricorderá invariabilmente che “un tempo tutto quello era nostro”.

Il Messico é forse l’unico paese al mondo che tiene aperto un Museo dell’Intervento (straniero), a monito perpetuo della natura intrinsecamente negativa delle potenze straniere. Non sorprende pertanto che per molti decenni il Messico abbia scelto di attuare delle politiche autocentrate e protezionistiche, miranti a preservare la sua unicitá e, in definitiva, la sua solitudine.

Il Messico oggi.

Per estensione territoriale il Messico é il tredicesimo paese del mondo. La sua popolazione (94 milioni di residenti) é distribuita sul territorio in modo alquanto diseguale. Il clima e le condizioni naturali variano da una regione all’altra in modo impressionante; cosí come variano le caratteristiche e le abitudini degli abitanti. Tradizionalmente, il Messico del Nord é stato piú spagnolo e meno indio, come carattere; oltre ad essere anche piú estroverso, piú industrioso e aperto verso l’esterno, quindi piú moderno e integrato nell’economia nord-americana. Si tratta di un’area molto vasta e generalmente arida, che riesce tuttavia ad ospitare i distretti idustriali privati piú importanti del paese; i primi a riuscire a competere sui mercati continentale e mondiale con i loro prodotti. Monterrey, la cittá piú estesa del Nord del Messico é oggi il simbolo di una realtá economica in espansione, trainata dalle forze dell’integrazione commerciale (“a trade driven economy”).

La fascia settentrionale del Messico e cioé quella di tremila km. lungo il confine con gli Stati Uniti, ha acquistato in pochi anni un suo carattere autonomo. L’insediamento di centinaia di impianti industriali di proprietá straniera (in maggior parte USA, ma anche giapponese e di altri investitori asiatici) nell’ambito del programma “maquila”, ha provocato un rapido processo di industrializzazione, a sua volta motivo di una massiccia ondata di immigrazione dalle zone meridionali del paese, fattore che ha mutato radicalmente la composizione della popolazione nel Nord messicano. Poiché molti tra i lavoratori riescono a varcare la frontiera degli Stati Uniti, la forza-lavoro di questa vastissima area si é trovata ad essere in larga parte dominata da donne. E in un paese in cui le donne hanno da sempre svolto un ruolo socialmente secondario e subordinato, ció costituisce una vera e propria rivoluzione sociale.

Per contro, i messicani del Sud sono in prevalenza “indios”, aventi un temperamento generalmente introverso, sia pure con molte differenze da regione a regione. Nella penisola dello Yucatán predomina l’influenza del retaggio Maya. La maggior parte degli “yucatecos” sono bassi di statura e taciturni; i loro volti ricordano in modo impressionante quelli delle antiche statue e dei dipinti sepolcrali Maya. Ma la classe dirigente dello Yucatán, discendente dalla casta “divina” che ha combattuto contro gli autoctoni nel corso dei secoli XIX e XX é rimasta piú puramente europea che ogni altro gruppo sociale del paese.

Anche il Chiapas, regione confinante con il Guatemala, mostra i segni di una netta divisione tra le societá indigena e quella di discendenza europea. Una divisione largamente scomparsa nelle aree entro-settentrionali del Messico.

A Nord del Chiapas, confina lo Stato di Oaxaca (pron.: Uaháca), abitato dalla piú numerosa popolazione indigena del Messico, tra quelle che sono finora riuscite a mantenere l’originario retaggio culturale e molte delle tradizioni pre-ispaniche.

Ancora piú a Nord, lungo il Pacifico, si situano gli Stati di Guerrero e Michoacán, il cui corpo sociale rimane prevalentemente autoctono. Differente é il caso di Jalisco, lo Stato che ha per capitale Guadalajara (la seconda cittá messicana per importanza), dove é l’elemento “mestizo” a prevalere sugli altri e le cui attivitá sono decisamente proiettate verso il Nord.

Sul versante caraibico incontriamo lo Stato di Veracruz, che ha la forma di una lunga striscia, disposta ad arco sulla gran parte della costa messicana del Golfo del Messico. Veracruz riflette in qualche modo una situazione di transizione, da un Sud “indio” ad un Nord avente una impronta piú marcatamente ispanica.

La capitale.

Fino alla metá degli anni Sessanta Cittá del Messico era una tranquilla cittá di 3 milioni di abitanti. Da allora la sua crescita non ha conosciuto sosta. I dati del censimento del 1994 rivelano un’area metropolitana (comprendente la cittá vera e propria, il resto del Distretto Federale e gli adiacenti comuni della cintura industriale) di 20 milioni di abitanti, cifra che nel 1998 dovrebbe essere aggiornata con una stima attorno ai 24 milioni. Questa impressionante crescita é dovuta alla massiccia e incontrastata immigrazione dalle aree centro-meridionali del paese. Una certa tendenza alla stabilizzazione demografica viene indicata dal tasso di natalitá della capitale, che risulta notevolmente piú basso rispetto a quello del resto del paese. Nell’area della capitale é tuttora concentrato oltre un quarto della produzione industriale messicana e una proporzione analoga del prodotto interno lordo.